Strada dell'architettura

L’itinerario di seguito proposto si concentra sulla parte occidentale della Marca, nell’area compresa tra la Pedemontana del Grappa e la pianura di Castelfranco Veneto, con il centro storico di Asolo come punto di snodo, e riunisce una serie di riferimenti di carattere architettonico ed ambientale di notevole suggestione, che spaziano dal X al XX secolo, con una maggiore concentrazione fra i secoli XVII e XVIII e con qualche testimonianza di architettura moderna.

1.Mausoleo di Cima Grappa

arch. Giovanni Greppi e Giannino Castiglioni (scultore), 1935

Borso del Grappa
Cima Grappa

Accessibilità:

L'intero complesso dell’ossario e del museo è visitabile

Arrivando a Cima Grappa attraverso la famosa Strada Cadorna, prima ancora di giungere alla zona monumentale è possibile ammirare alla propria destra una postazione che ricorda gli avvenimenti della Prima Guerra Mondiale. Qualche centinaio di metri più avanti si trova la famosa Caserma Milano affiancata dall'ingresso della galleria Vittorio Emanuele III, un'importante opera di ingegneria militare oggi parzialmente visitabile. Nei pressi dell'area vi è un discreto parcheggio e un edificio che ospita il presidio di Alpini incaricato della sorveglianza dei luoghi con la sala per la proiezione dei documentari. Qui, ad orari prefissati, è possibile visionare filmati d'epoca che illustrano le vicende belliche relative all'area del Grappa e del Piave. Tali filmati sono visibili a richiesta solamente per comitive o scolaresche. Proseguendo sulla destra per qualche centinaio di metri si giunge alla Casa "Armata del Grappa", presso la quale si trova un ampio parcheggio dal quale è possibile accedere al Portale Roma, punto centrale del Sacrario Militare. In alternativa è possibile visitare il Sacrario raggiungendo un ampio piazzale posto ai piedi del mausoleo, dal quale si ha anche un ottimo punto di visione per contemplare il panorama circostante ed il monumento nella sua interezza. Per poter raggiungere tale spianata è sufficiente percorrere un breve tratto pedonale che inizia frontalmente alla Caserma Milano. Il parcheggio posto nei pressi della Casa "Armata del Grappa" è comunque il fulcro dell'intera area; infatti da lì è possibile raggiungere, oltre al già citato Portale Roma con il vicino Osservatorio, anche diversi sentieri, opportunamente segnalati, che permettono di visitare luoghi e fortificazioni utilizzati nel corso della guerra. Chi lo desiderasse può raggiungere un punto di osservazione fortificato posto all'estremità Nord del massiccio, dal quale è possibile ammirare l'interessante panorama e individuare, attraverso appositi traguardi di indicazione, le cime e i luoghi delle principali battaglie nell'area del Grappa. Il sito è raggiungibile imboccando una strada militare utilizzata in epoca recente come collegamento per alcune installazioni militari oggi in disuso. Il percorso non è lungo nè faticoso, richiede solo una certa attenzione in quanto, come abbondantemente segnalato in loco, le installazioni sono pericolanti e presentano un rischio inquinante, sia pur ridotto, per la probabile presenza di asbesto nelle loro strutture. E' pertanto consigliabile trattenersi nelle loro vicinanze solo per il tempo strettamente necessario. Senza dubbio vale la pena correre tale trascurabile rischio, in quanto si ha modo di individuare alture e postazioni che sono state teatro di eroici episodi e di battaglie sanguinose e cruente. Il Sacrario Militare cartografia / foto storiche foto Per onorare i combattenti del Grappa nel 1935 fu edificato un sacrario posizionato sulla vetta del Monte Grappa, basandosi sul progetto dell'architetto Giovanni Greppi e dello scultore Giannino Castiglioni. L'imponente costruzione vuole dare una sensazione prospettica il cui fulcro è rappresentato dal Portale Roma e dall'Osservatorio in seguto descritti. Dalla spianata posta alla sua base è possibile dominare gran parte degli scenari di guerra, oltre che l'intera pianura sottostante. Il monumento è costituito di due parti: il corpo centrale, presso il quale sono custodite le spoglie di 12.615 combattenti italiani, e la Via Eroica, lunga 250 metri, che conduce al già citato Portale Roma. Il corpo centrale è strutturato su cinque cerchi concentrici la cui altezza raggiunge i quattro metri. Ogni girone è separato dal successivo per mezzo di una parte pianeggiante larga dieci metri. Poiché ben 10.332 caduti sono rimasti ignoti i loro resti sono raccolti in urne comuni, alternate a quelle dei soldati identificati. Le tombe di questi ultimi sono disposte in stretto ordine alfabetico e segnalate da una lastra in bronzo che riporta il nome, il grado e le decorazioni ricevute. I cerchi concentrici che costituiscono il monumento sono collegati tra loro per mezzo di un'ampia scalinata che termina al cospetto del sacello eretto in onore della Madonnina del Grappa, la cui effige è stata danneggiata dall'esplosione di una granata nemica. Ai piedi del piccolo Santuario sorge la tomba del Maresciallo d'Italia Gaetano Giardino che nel 1935, al momento della morte, aveva espresso il desiderio di poter riposare tra i caduti della IV armata, a tutti nota come Armata del Grappa. Oltrepassato il Santuario dedicato alla Madonnina del Grappa, sacra al corpo degli alpini e alle genti del luogo, si accede alla seconda porzione del cimitero monumentale: La via Eroica. Ai lati del percorso vi sono innumerevoli cippi che ricordano i luoghi delle cruente battaglie per la difesa del Grappa. Al termine del percorso si trova il più volte citato Portale Roma, affiancato da alcuni pezzi di artiglieria dell'epoca. Il Portale Roma e l'Osservatorio Prima della costruzione del Sacrario Monumentale l'accesso alla sistemazione preesistente avveniva attraverso questo massiccio edificio progettato dall'architetto Alessandro Limongelli. La sua costruzione è stata voluta dalla città di Roma, che ne ha fatto dono per onorare i caduti del Grappa. Nella parte superiore del Portale è stato costruito l'Osservatorio, al quale si accede attraverso due scalinate poste nella parte posteriore del monumento. L'Osservatorio è costituito da un terrazzo sul quale è riprodotta una planimetria in bronzo che indica i luoghi delle battaglie e la posizione del fronte nel Giugno 1918. È inoltre possibile individuare i punti di interesse storico per mezzo di appositi traguardi che puntano, nel paesaggio circostante, a cime e alture presso le quali si sono articolati i principali combattimenti del conflitto. Il Cimitero Austro Ungarico Nelle vicinanze del Portale Roma è stato eretto un cimitero militare per onorare le spoglie dei combattenti Austro Ungarici periti nel corso delle battaglie del Grappa. Il Sacrario ospita i resti di 10.295 caduti, dicimila dei quali risultano ignoti. Il monumento è costituito da una cappella centrale, ai lati della quale sono poste due urne che raccolgono i militi ignoti, mentre per i 295 caduti identificati sono stati edificati appositi loculi, situati lungo il perimetro della costruzione, ordinati in stretto ordine alfabetico. La Galleria Vittorio Emanuele III La Galleria Vittorio Emanuele III costituisce forse l'elemento di spicco per chi si rechi in visita alla zona monumentale del Grappa. Il Sacrario Militare rappresenta il giusto tributo dedicato a chi sul Monte Grappa ha donato la propia vita, ma non è possibile comprendere appieno l'immane tragedia che lì si è consumata se non visitando la Galleria Vittorio Emanuele. Al suo interno, infatti, ci si può misurare con lo sforzo organizzativo impiegato per la sua costruzione, e con quella che doveva essere la vita "in galleria" che migliaia di uomini hanno dovuto affrontare nel corso di tutto l'anno 1918.

2.Villa Rovero

Anonimo, XV, XVIII secolo

San Zenone degli Ezzelini
via Bordignon, 8

Accessibilità:

Parcheggio auto disponibile nella parcheggio a lato della Chiesa o sul retro del Municipio

La famiglia Di Rovero appartiene a quel gruppo di casati di origine feudale che fecero la storia della Marca Trevigiana fin dal XI secolo, originaria di Rover di Possagno, già nel 1291 avevano proprietà fondiarie nel territorio di San Zenone, come comprova il testamento di Alberto del fu Nascinguerra. Durante tutto il XV i Di Rovero avevano attuato una strategia di appoderamento nel sanzenonese e nei territori circostanti, tanto che possedevano in paese più di una casa signorile di famiglia, circa una per ciascun ramo del casato. Nel luogo ove sorge l’attuale palazzo vi è stata, per tutto il XV secolo, la compresenza delle famiglie facenti capo ad Alvise e Cristoforo; di come fosse questa dimora non ci sono giunte immagini, possiamo solo desumere alcune indicazioni dai documenti notarili e dagli estimi e da un’affresco sulla parte meridionale della villa. Il palazzo principale non deve essere stato molto dissimile dall’attuale, quantomeno nella parte centrale, di certo era sicuramente meno sviluppato in lunghezza e con una diversa disposizione di porte e finestre. A questo primo complesso appartenevano una chiesetta, posta quasi all’estremità orientale della spianata del colle, inglobata nei rimaneggiamenti successi, le due barchesse ad est e ad ovest, il cortile posteriore della villa e la colombara a nord-est. Per quasi tutto il 600 il palazzo, salvi limitati interventi, rimane praticamente intatto, solo verso la fine del secolo una lunga serie di interventi edilizi caratterizzano questo luogo, tanto che nel 1710 con la morte di Girolamo Di Rovero per la prima volta si parla di un palazzo con le forme attuali. Ciò è ulteriormente giustificato dal terremoto del 1695 che apportò notevoli danni ai fabbricati, costringendo a consistenti interventi di ripristino e ristrutturazione. Nell’estimo di Asolo del 1714, nella zona definita “Colmello di Mezzo di sopra, Contrada del Col” alla particella n.89, sono ben visibili il palazzo Di Rovero senza le due torrette laterali, l’attuale oratorio di San Liberale, la lunga barchessa ad ovest, compaiono inoltre la demolita barchessa orientale e l’Oratorio posto ad est. Nel XVII secolo erano già state erette le ali, ad est e ad ovest del più antico fabbricato, con le logge al primo piano ed un semplice portale di ingresso al piano terra su entrambe le facciate sud e nord, sovrastato da trifora che illumina all’estremità il salone passante del primo piano; a coronamento un piano superiore di altezza più ridotta con piccole finestre delimitate dal maestoso cornicione che corre tutt’intorno al fabbricato. L’interno è conforme alla classica tradizione veneta, costituito da un doppio salone centrale al piano terra e al primo; del primo saltano agli occhi del visitatore gli affreschi con decorazioni tipiche del XVIII secolo, raffiguranti paesaggi, figure simboliche e mitologiche, simili a quelle realizzate da Paolo Veronese a Maser. Le torri vennero erette tra il giugno del 1728 e il 1750, l’oratorio completato nell’estate del 1735, e la barchessa occidentale ricostruita e allungata verso nord. Questa subì una riconfigurazione architettonica, attraverso l’inserimento delle paraste poggianti su bassi piedistalli che incorniciano le arcate, e mediante dei piccoli timpani posti ad intervalli regolari sul tetto. I lavori furono definitivamente completati tra il 1784 e il 1790 con l’edificazione della nuova cedrera ai piedi del palazzo, nel momento di più grande splendore del complesso. La villa in quegli anni era divenuta luogo di cultura e scienza, in essa soggiornavano i fratelli Riccati di Castelfranco, celebri matematici e architetti come Francesco Maria Preti, lo storico bassanese Giambattista Verci, il famoso editore Giuseppe Remondini, il poeta bassanese Jacopo Vittorelli. Il Palazzo costituiva pure il cartografia / foto storiche foto perno della vita economica, all’interno dei suoi locali venivano stipulati i contratti di affitto delle terre da lavorare e delle case, era lì che si portavano le “onoranze”, retaggio delle antiche forme di sottomissione feudale, e una parte dei raccolti. Ed ancora sempre in villa Di Rovero si andava a chiedere prestiti o si veniva chiamati per rispondere di qualche presunta mancanza, a causa della quale si poteva essere pure cacciati dal fondo. Per anni è stata il cuore pulsante del paese, cultura, politica economia e giustizia trovavano il loro volto quotidiano entro le mura di questo bellissimo complesso che ancor oggi si fa notare a chi entrando in paese, provenendo da Montebelluna, volge il suo sguardo a nord est. La villa con i suoi annessi sembra dominare il territorio circostante, come il castello sul borgo in epoca medioevale, la grande scalinata che attraversa la cedrera contribuisce a donarle ancor più questo senso di autorità-austerità. Attualmente la fabbrica conserva quasi intatta la conformazione ottocentesca salvo per la barchessa orientale che venne demolita in favore della costruzione dell’attuale peschiera a metà del novecento. Dall’ingresso principale chiuso da una cancellata si scorge in alto, alla fine della lunga scalinata, un corpo centrale a tre piani con elegante poggiolo, dal quale si staccano su entrambi i lati due corpi di fabbrica a due piani con grandi logge a sette arcate posate su colonnine; alle estremità il complesso si chiude con due torri a pianta quadrata alte come il corpo centrale. La scala principale collega l’ampio spazio posto di fronte alla villa con la strada sottostante, tagliando a metà la cedrera ricca di piante di cedri e limoni in piena terra, uno dei rarissimi esempi superstiti di una tradizione antica nelle ville venete. Sul retro del fabbricato l’unica barchessa rimasta intatta, un bellissimo parco con un oratorio ed in una torre massiccia vi è la colombera.

3.Madonna del Covolo

Antonio Canova, XIX secolo

Crespano del Grappa
Via Madonna del Covolo

Accessibilità:

Parcheggio di fronte

La chiesa si trova a 600 metri di altitudine, il percorso per raggiungerla è costeggiato da 14 edicole che raccontano la Via Crucis attraverso una rappresentazione scultorea a bassorilievi. L’etimologia del titolo si rifà al tardo latino “cubalum”, cioè covo e grotta, perché la prima struttura sorgeva all’interno di un antro, dove si ricoveravano pastori e contadini in caso di intemperie o durante le pause di lavoro. Il primo oratorio venne fondato verso la seconda metà del XII secolo a ricordare l’apparizione della Vergine ad una pastorella sordomuta, era orientato da nord a sud ed aveva il fianco addossato ad una parete rocciosa. La tradizione narra che essendo impossibile la costruzione sotto lo spuntone roccioso vennero tracciate le fondamenta su un declivio e posata la prima pietra. Si tratterebbe della composizione in pietra ad arco rialzato con chiave e sorretto da due pilastri che si trova a destra poco prima di arrivare al santuario, denominata edicola di Nogarè. E’ un’opera del XII secolo, sensibilmente trasformata verso il 1600, all’interno la Madonna con Bambino è dipinta sopra un affresco più antico di cui però rimangono solo alcune tracce. Il Santuario venne realizzato tra il 1804 ed il 1809, su disegno di Antonio Canova e sotto la direzione di Gio:Batta Zardo detto Fantolin, cugino dello scultore. Si ispira al Pantheon sviluppandosi a sud con una rotonda del diametro di 13 metri, completata da una facciata abbellita da un atrio chiuso da un peristilio di otto colonne ioniche che reggono il frontone triangolare. Nel frontone in chiaroscuro viene raffigurata l’apparizione, sotto di esso e sopra la porta d’ingresso si legge la dedica: “Hic habitabo, quoniam elegi eam” (abiterò qui, perché ho scelto questa dimora). Sotto l’attico ai lati dell’epigrafe dedicatoria si trovano altri due chiaroscuri: “Assuero con Ester ai piedi” e “Abigalle che presenta le vivande a Davide” che, come l’Apparizione, vennero disegnati dal Canova dopo l’inaugurazione avvenuta nel 1809. Il risultato fu così positivo che Il Canova così scriveva a Fantolin poco prima di erigere il Tempio a Possano: “Tu hai con te il modello di quella Chiesa rotonda lavorato mentr’eri qui. Ora devi fare di esso appunto un esatto scandaglio, e determinarne la spesa necessaria alla sua esecuzione.. Vorrei poi che detta rotonda fosse ridotta alla sua maggiore semplicità e con ciò intenderei di sopprimere in quella fabbrica le stanze che la circondano e tutte le parti che possono lasciarsi indietro senza turbare o distruggere l’elegante e nobile suo carattere…L’esperienza da te avuta nell’edificazione della rotonda della Madonna del Covolo può esser molto giovevole per il modo di eseguire quest’altra colla maggior semplicità”.

4.Tempio del Canova

Antonio Canova, XIX secolo

Possagno
via Stradone del Tempio

Accessibilità:

Orario di visita al Tempio: tutti i giorni dalle 9.00 alle 12.00 e dalle 15.00 alle 18.00 (estivo) o dalle 14.00 alle 17.00 (invernale). Lunedì chiuso. Durante le funzioni religiose non sono ammesse le visite.

Il Tempio del Canova si erge alto sull’abitato di Possagno con la sua candida mole che si staglia netta su di uno sfondo ancora verde: il turista che arriva a Possagno, da qualunque direzione provenga, lo vede solenne, sopra di un colle, ai piedi dei monti. Il Tempio è costruito su un’altura soleggiata a 342 metri sul livello del mare e a 350 metri dalla Gipsoteca. Poggia su tre ampie gradinate di diversa pendenza e su un vasto acciottolato di “cogoli” bianchi e nerastri, raccolti sul Piave e disposti in artistiche forme geometriche (opera di Giuseppe Segusini).

Nell’imponente costruzione neoclassica, si possono distinguere tre elementi ispiratori, l’uno inserito nell’altro, come fossero parti armoniche di una ideale successione: il colonnato dorico, che richiama il Partenone di Atene; il corpo centrale, assai simile al Pantheon di Roma; l’abside dell’altare maggiore, elevata di sei gradini rispetto agli altri due elementi come nelle antiche basiliche cristiane. Le tre parti possono essere considerate i simboli di tre età della storia: la civiltà greca, la cultura latina e infine la grandezza cristiana, compimento ultimo e salvifico della storia di ogni singolo uomo e di tutto l’universo, che trova il suo significato profondo nel mistero della Trinità, raffigurata nella pala dell’altare maggiore.

Il Tempio di Possagno fu progettato da Antonio Canova (1757-1822) e disegnato da Pietro Bosio, con suggerimenti dell’architetto Antonio Selva mentre spettò al pratico Giovanni Zardo detto Fantolin, parente dello stesso Canova, la direzione del cantiere e la soluzione dei problemi tecnici. Canova pose la prima pietra l’11 luglio 1819 e “Aveva deciso di spendere tutto il suo per la costruzione del Tempio e chiedeva ai Possagnesi soltanto la somministrazione di calce, mavieri (sassi) e sabbione. La popolazione offrì di lavorare di sera e di festa”. Nel suo testamento Canova si assicurò che il tempio fosse portato a compimento e così, nel 1830, l’opera era in effetti compiuta. Venne visitata dal viceré Ranieri nell’aprile dello stesso anno e quindi consacrata domenica 6 maggio 1832.
Il diametro esterno è di m. 35,764, quello interno è di 27,816; lo spessore dei muri è quindi di m. 7,948, parzialmente utilizzato dai corridoi interni e dalle scale di accesso alla cupola e ai vani superiori. L’atrio ha una larghezza di m. 27,816 (dunque uguale al diametro interno e all’altezza della cupola) ed una profondità di m. 9,272 (giusto un terzo della lunghezza). Il pronao è sorretto da una doppia fila di otto colonne di ordine dorico come il capitello, sostenenti un architrave di ordine attico. La pietra delle colonne si dice lumachella (materiale calcareo, ricco di gusci di conchiglie) e proviene dalle cave oggi dismesse presso il borgo di Costalunga, in comune di Cavaso, visibile anche dall’atrio del Tempio. Tra una linea e l’altra di colonne vi è la distanza di m. 2,964; tra una colonna e l’altra vi è la distanza di m. 1,69, uguale alla misura del diametro di base di ciascuna colonna mentre il diametro alla sommità è di m. 1,33. Ogni colonna, di slancio rastremato, misura in altezza m. 10,14. Il grande portone d’entrata è sostenuto da due formidabili stipiti monolitici di lumachella alti ciascuno m. 7,032, larghi m. 1,043 e dello spessore di m. 0,51; l’architrave ha una lunghezza di m. 4,40. Le due porte laterali di ridotte dimensioni, sono ricavate entro due grandi nicchie. Il frontone porta scolpite le parole latine “DEO OPT MAX VNI AC TRINO” (Tempio dedicato a Dio ottimo e massimo, uno e trino); sopra la scritta, ci sono 7 metope (dovevano essercene 27, ma Canova morì prima di completarle tutte) che riproducono scene dell’Antico e del Nuovo Testamento. Il timpano del frontone è spoglio; quattro gradinoni fanno da base alla cupola, costruita in “masiero e mattoni possagnesi”, e ricoperta a squame di pietre di Cesio nel feltrino e terminante con la vera dell’occhio. L’occhio della cupola (che è anche chiave della volta) ha il diametro di m. 5,33. La volta della cupola semisferica poggia su una graziosa cornice con fregi dorati ed è scompartita in sette file orizzontali concentriche di 32 cassettoni quadrangolari per un totale di 224 lacunari; ogni cassettone, al centro, ha un rosone di legno dorato, opera di intaglio di quattordici diverse forme. Dal centro della cupola poi discende la luce, che si espande dall’alto con temperamento assai vago. Vi fa specchio il bel pavimento interno composto da losanghe in marmo rosso e bianco disposte secondo un particolare disegno geometrico.

All’interno il Tempio è ricchissimo di opere d’arte di grande valore.
A destra di chi entra (dal portone centrale) vi è l’altare di San Francesco di Paola, pala a opera di Luca Giordano (1634-1705); ai lati, i modelli delle metope canoviane raffiguranti la Creazione del Mondo e la Creazione dell’uomo; segue il grande nicchione che comprende la Pietà che il Canova modellò ma non ebbe il tempo di tradurre in marmo e venne così fusa in bronzo da Bartolomeo Ferrari. Poi incontriamo l’altare con la tela di Gesù Cristo nell’Orto degli Ulivi, opera di Palma il Giovane (1544-1628); ai lati, i modelli delle Metope: Caino e Abele ed il Sacrificio di Isacco. Di fronte al portone d’ingresso vi è l’Altare Maggiore, arricchito dal dipinto del Canova: la Deposizione (l’opera, che fu eseguita dall’artista a Possagno per la vecchia chiesa parrocchiale, negli anni 1779-99, fu collocata nel Tempio nel 1830); ai lati del ciborio, stanno due Angeli del Torretti, maestro di Canova. Proseguendo il giro, si trova l’altare della Madonna della Mercede del Pordenone (1483-1539); ai lati, altre due Metope: l’Annunciazione e la Visita di Maria SS. a S. Elisabetta; nel successivo nicchione, la Tomba di Antonio Canova. Morto a Venezia il 13 ottobre 1822, quando il Tempio era appena cominciato, Canova venne imbalsamato. Il cuore e la mano destra rimasero a Venezia. Il resto del corpo giunse a Possagno il 25 ottobre 1822 e venne deposto provvisoriamente in un’urna nella vecchia chiesa: solamente dal 1830 le sue ossa poterono riposare nel Tempio. A destra della Tomba, l’Autoritratto di Antonio Canova, a sinistra il ritratto di suo fratellastro Giovanni Battista Sartori, eseguito da Cincinnato Baruzzi; davanti alla Tomba, si trova un Tripode in bronzo, opera di Pogliaghi, in ricordo del primo centenario della morte (1922). Nell’ultimo altare, una tela della Madonna con Bambino e Santi, attribuita ad Andrea Vicentino (1539-1617); ai lati, le Metope della Presentazione al Tempio e della Carità. Sulle pareti, i grandi affreschi degli Apostoli, opera di Giovanni Demin (1832); sempre partendo dal portone d’entrata, a destra: Tommaso, Bartolomeo, Filippo, Andrea, Paolo; nell’altare maggiore: Giacomo il Maggiore e Giovanni; poi proseguendo: Pietro, Simeone, Giacomo il Minore, Giuda Taddeo, Matteo; sulla volta sopra l’altare maggiore: la Trinità; sulla volta sopra il portone d’entrata: san Mattia.

5.Chiesetta Alpina sul Monte Tomba

arch. Pietro Celotto, 1960

Cavaso del Tomba
S.P. n°141 Dorsale del Grappa

Accessibilità:

Viene aperta una volta l'anno in occasione della celebrazione della messa a ricordo delle vittime del primo conflitto mondiale.

La posa della prima pietra è avvenuta il 1° maggio 1960; in poco più di quattro mesi, la chiesetta era opera compiuta e domenica 11 settembre 1960 veniva solennemente consacrata da Sua Eccellenza Monsignor Antonio Mistrorigo, Vescovo di Treviso. E’ dedicata ai Caduti della Prima Guerra Mondiale e, sul Monte Tomba, si celebra ogni anno una Messa solenne di suffragio per le vittime di quell’orrenda tragedia. Infatti in questi luoghi si concentrò un continuo fuoco di artiglieria e fu proprio su queste cime che gli Austriaci furono respinti dalla gloriosa IV armata detta “del Grappa”. All’interno, di particolare pregio, la Madonna con Bambino, opera dello scultore Murer.

6.Oratorio San Bartolomeo

Angelo Bastasin, XVIII-XIX secolo

Castelcucco
località Collalto

Accessibilità:

aperto in occasione del santo attorno al 24 agosto per la festa del santo negli altri giorni contattare il parroco

Oratorio anteriore al 1000, di origine longobarda con chiesa settecentesca a pianta pentagonale e campanile isolato del 1862. Situato in una vasta area a prato in una zona sperduta (anche se a soli 600 m dall’innesto con la strada provinciale Vallorgana, l’oratorio era anticamente dedicato ai Santi Apostoli. Dal 1260, venne dedicato a questo santo la cui ricorrenza è il 24 agosto, giorno della caduta della tirannide degli Ezzelini: la dedica è a ricordo dell'importante fatto storico avvenuto. Anticamente godeva di una posizione molto strategica dato il notevole transito verso nord. La fondazione della primitiva cappella è molto antica e risale al secolo VIII; con tutta probabilità è un’opera longobarda, in quanto nell'area circostante si ha notizia di una necropoli con numerose tombe longobarde. In età romanica si è aggiunta una cornice ben visibile dall'esterno e fu aperta al suo vertice una finestra quadrata poi murata, nella quale è stato inserito un blocco di tufo con due palmizi stilizzati scolpiti a bassorilievo. L’edificio venne poi ampliato nel 1763, con la costruzione dell’attuale aula esagonale, progettata e realizzata da Angelo Bastasin, che la volle ricoperta da una cupola a vele, semicircolare in corrispondenza dell'abside. Internamente l'aula esagonale è caratterizzata da modanature in stucco che presentano una decorazione a motivi floreali e due cherubini. Nel 1945 fu poi rifatta la copertura, mentre nel 1982 vennero realizzati lavori di restauro e consolidamento. Il catino absidale si presenta ricoperto da un doppio strato di affreschi: quello più superficiale, databile al XVI-XVII sec. (opera di un ignoto madonnaro greco-veneto), rappresenta Cristo e i dodici Apostoli e vi sono raffigurati anche i simboli dei quattro Evangelisti; lo strato sottostante, che appare di mano migliore, è attribuibile al XV secolo, ma non è possibile riconoscerne il soggetto né tantomeno l'autore. Una finestra è inserita in taglio di fianco alla porta che dà nell'aula rettangolare, la più antica, ora adibita a sacrestia. Le pareti esterne in muratura di pietrame e mattoni sono intonacate con un doppio strato di malta. Il tetto è a due falde con orditura principale in travi lignee, secondarie in travetti e sottomanto in tavelle di cotto. Il campanile del 1862 è curiosamente isolato dal corpo dell’oratorio e ripete, seppur in dimensioni ridotte, lo schema del vecchio campanile della Chiesa Arcipretale, con basamento a scarpa, muratura a vista in pietra e mattoni e cella campanaria merlata, con una sola campana.

7.Maglio di Pagnano

Anonimo, XV secolo

Asolo
Strada Muson, Pagnano

Accessibilità:

Per accedere al maglio rivolgersi al comune di Asolo

Il maglio venne edificato presumibilmente nel 1474, come attesta la data posta nel frontone principale a cuspide, vicino all’insegna a forma di incudine, ricavata a spessore d’intonaco accanto ad una piccola finestra gotica careniforme situata al centro del frontone stesso: si tratta di una architettura singolare nel suo genere di officina di fabbro ferraio con all’interno vari dispositivi che utilizzano l’energia idraulica da una derivazione d’acqua appositamente canalizzata parallela al torrente Muson che scorre più in basso. Fin dall’inizio fu usato come officina per la lavorazione del metallo, ma nel XVII s. divenne un follone da panni. Nell’800 riacquisì la sua originaria destinazione che mantenne fino a qualche anno fa sotto la proprietà Colla, maestri artigiani del ferro: all’interno è ancora presente l’attrezzatura fabbrile che utilizza la forgia, la ola e il maglio unicamente attraverso l’energia idraulica, con opportuni registri di regolazione e canaletti di derivazione del corso d’acqua maggiore. Per l’insufflazione della forgia esiste un ingegnoso sistema di vuoto a richiamo d’aria, provocato dallo scorrimento veloce dell’acqua dentro a imbuti fissati a delle botti collocate a pelo d’acqua.

8.Rocca d'Asolo

Anonimo, XI-XII secolo

Asolo
monte Ricco

Accessibilità:

Possibilità di visite guidate su prenotazione. Domenica e festivi ore 10.00-17.00 (da fine ottobre a fine marzo) Domenica e festivi ore 10.00-19.00 (da fine marzo a fine ottobre) luglio e agosto con pausa tra le 12.00 e le 15.00 (chiusa 1 gennaio e 25 dicembre).

Sulla cima appuntita del monte Ricco, a 313 metri di quota, si domina un vastissimo tratto della grande pianura tra i bacini del Piave e del Brenta e, a nord, la Val Cavasia verso il monte Grappa. Fin dai tempi preistorici questo era luogo importante. Ai suoi piedi si distendeva il sentiero pedemontano che fu la principale "autostrada" paleoveneta ed ogni cocuzzolo di colle era attrezzato con un castelliere. Il colle fu importante per i romani che sulla sua direttrice tracciarono una importante strada da Padova, la via Aurelia, che intersecava la grande centuriazione tra Camposampiero, Castelfranco, Noale e la Postumia. Terre fertilissime di quella che era già allora l'area più ricca dell'impero. Il primo documento certo riguardante il monte Ricco ed il villaggio di Braida è del VI secolo e parla di una cappella votiva paleocristiana della quale sono state trovate tracce all'interno della fortezza. Durante le ondate barbariche sul cocuzzolo esisteva un piccolo villaggio, probabilmente protetto da rudimentali mura fatte di palizzate e muretti a secco. Sicuramente fu soggetto a distruzioni, come per moltissimi altri siti fortificati e veri e propri castelli che punteggiavano i colli attorno. I barbari non solo distrussero, anche ricostruirono. E' longobarda la denominazione di Braida (o Bragida) ad indicare quel luogo 'selvaggio e boscoso'. Da quel borgo inizia una storia secolare che rifortifica la cima del monte e lo contrappone alla sottostante cittadina di Asolo. Nel 1251 Ezzelino III da Romano occupa i due villaggi e mette tutti d'accordo, oltre a migliorare il sistema fortificato dei due siti. Quindi gli Scaligeri e poi i Carraresi, padovani, che nel XIV secolo provvedono a fortificare la cima del colle con quella spaventosa Rocca, come ancora la vediamo. Testimonianza lo stemma del carro sulla porticina d'ingresso. Contemporaneamente completano la cinta muraria che unisce la Rocca al grande castello di Asolo. Il piccolo borgo di Braida perde d'importanza civile a favore della imprendibile 'macchina' militare e la vita civile si sviluppa all'interno della cinta muraria ad Asolo, luogo più adatto alla vita artigiana. Infine l'intero complesso fortificato, costituito dalla Rocca, dal Castello (poi detto della Regina Cornaro) e dalla città murata, passa (1388) alla lunga dominazione veneziana. L'ultimo episodio che coinvolse, con inevitabile assedio, la fortezza si registra nel 1510. Superati i tempi di 'pace guerreggiata' la stazione militare perde via via di importanza strategica e viene perfino sfruttata come lazzaretto durante le continue pestilenze del cinquecento, per finire la sua storia con la messa in disarmo nel 1650 quando Venezia tentò perfino di venderla ad un privato. Per Asolo questo è motivo della vivace esplosione delle attività commerciali, artigianali, civili e culturali. Per la Rocca inizia un lungo periodo di totale abbandono. Per l'imponente ellisse, alta 15 metri, spessa 3 metri e mezzo, lunga quasi 60 metri e larga 27 sono tempi di silenzi, di erbacce, di alberi infestanti, superati brillantemene e sornionamente, ma sempre nel cuore e negli occhi della popolazione cittadina. E' del 1994 il restauro che restituisce ai visitatori l'immenso fascino di questo luogo assolato e ventoso, isolato ma al tempo stesso dominatore opprimente della cittadina, che dalla sommità del cammino di ronda offre panorami da lasciare stupefatti. Osservatorio prediletto per capire i cento orizzonti di Asolo.

9.Castello della Regina Cornaro

Arch. Francesco Grazioli, XV-XVI s. secolo

Altivole
Via Barco, 51

Accessibilità:

Non esiste un luogo deputato al parcheggio dei veicoli, se non lungo la strada

Il primo marzo 1491, Caterina Cornaro diede avvio ai lavori di edificazione d’una sontuosa residenza che constava di una villa-castello, circondata da muro, posta al centro di un’area, estesa per circa 86 campi. Aveva lo schema di una fortezza romana, esprimendo tuttavia dei motivi tipici della villa intesa come luogo di delizie. Attorno al Palazzo fu infatti disegnato un elaborato giardino, al centro del quale spiccava un grande pozzo. Dal giardino, attraverso due aperture presenti nella barchessa, si accedeva al parco, anch’esso delimitato da muro, sul quale erano distribuite una peschiera, un bosco con piante d’ogni specie, una torrefortezza circondata d’acqua, sentieri, prati e campi. La rigida separazione tra edifici (palazzo – barchessa) e zone (giardino – parco) vuole riprodurre una struttura autoritaria e di dominio. La storia del Barco è segnata nel 1509 dalla battaglia che in Altivole vide contrapposte le truppe della Lega di Cambrai e quelle della Serenissima: durante quell’anno i soldati dell’imperatore Massimiliano incendiarono il grande complesso; successivamente, la morte di Caterina Cornaro, avvenuta nel 1510, tolse il principale motivo di interesse per la residenza della piccola corte, segnandone il declino. Per volere testamentario, il Barco passò prima al fratello Giorgio Conaro e poi ai suoi due figli che lo utilizzarono come luogo di villeggiatura. La complessa costruzione cominciò a cadere in rovina già nel corso del ‘700, quando apparteneva al procuratore Giorgio Cornaro che nei primi anni dell’ ottocento la vendette ai conti Revedin i quali abbatterono quanto rimaneva del palazzo, delle torri e dei muri di cinta. Di tale complesso è giunta fino a noi una lunga barchessa (118 mt), il cui stato di conservazione risentì dell’utilizzo agricolo, che ne comportò anche alcuni adattamenti. L’intera facciata occidentale risulta affrescata sia con motivi decorativi geometrici che con scene mitologiche e di caccia che diventano immagini religiose nei pressi dell’oratorio. Compositivamente questo edificio era costituito da vari ambienti: -le scuderie: demolito nel corso del ‘700, questo ambiente chiudeva a nord la lunga barchessa. Esse si aprivano verso il cortile prospiciente il palazzo con un portico ad otto aperture; - oratorio di S. Caterina: il piccolo edificio sacro, che nei secoli ha subito diversi rimaneggiamenti, conclude ora il lungo fabbricato. La sua forma attuale risale al 1945 quando, in seguito a gravi dissesti della copertura e della struttura muraria, si intervenne risanandone l’ossatura portante, ma alterandone la pianta; - la “porta” (1° stanza): questo ambiente si trova a destra dell’oratorio e doveva avere funzione di rappresentanza data la cura con cui era stato affrescato (sia internamente che esternamente). Due grandi archi contrapposti fanno pensare ad una funzione di passaggio, riservato agli ospiti di riguardo, verso l’ampio parco retrostante; - la loggia: è la parte più interessante della barchessa che si apre sul grande cortile con cinque archi sostenuti da colonne in pietra di Nanto, tutte con capitelli finemente scolpiti. Sotto l’imposta della copertura, sostenuta da capriate, corre un elegante fregio su fondo rosso che riproduce divinità marine e motivi acquatici; - gli uffici amministrativi: questo reparto ha ora la stessa altezza di tutto l’edificio, ma in una mappa ottocentesca appare più alto; - la “porta” (2° stanza): un secondo arco individua un’ ulteriore porta di passaggio dal grande cortile al parco e doveva essere in relazione con un’altra sulla parete orientale, della quale oggi non esiste traccia. Le cartografia / foto storiche foto modeste dimensioni fanno pensare che tale passaggio fosse riservato al personale di servizio e ai soldati; - caserme dei soldati: l’estremità miridionale della barchessa è stata fino a tempi recenti adibita ad usi abitativi e agricoli, ma in origine corrispondeva al “quartier di fanteria” dove alloggiavano i soldati che il governo veneziano aveva messo a disposizione della regina; - locali del piano superiore: alcune di queste stanze presentano pareti affrescate con motivi geometrici o con disegni floreali, che ripropongono il costante richiamo al paesaggio circostante.

10.Casa Longobarda

Francesco e Bartolomeo Graziolo, XVI secolo

Asolo
Via S. Caterina 245

Accessibilità:

Parcheggio Ca’ Vescovo: gratuito – servizio di minibus per il centro storico.

Questa casa, piccolo blocco in tufo, fu costruita dal Graziolo per se e per la sua famiglia. Egli si rivela qui come una personalità eccentrica, facendo confluire nella sua dimora una grande varietà di citazioni culturali, di componenti artistiche che si fondono, aggrovigliandosi, creando un insieme assolutamente originale, curioso e divertente. Un gusto arcaicizzante, derivato dal romanico-lombardo, caraterizza i rilievi delle balconate, decorate con elementi simbolici e caricaturali, segni zodiacali e scene della Genesi: un’iconografia tipicamente medioevale, che si sovrappone ad un’architettura alquanto stravagante.

11.Villa Contarini degli Armeni

Anonimo, XVI – XVIII secolo

Asolo
Via S. Anna, S. Anna

Accessibilità:

Parcheggio Ca’ Vescovo: gratuito – servizio di minibus per il centro storico. Parcheggio Forestuzzo: a pagamento la dominica, nei giorni festivi e il sabato pomeriggio di “mercatino”. Autorimessa comunale: a pagamento – aperta sabato, domenica e nei giorni festivi

Il complesso, che sorge su uno dei più ameni colli asolani, è composto da due ville edificate in periodi diversi. La prima, risalente al XVI s. è rivolta a sud, dominando la vasta pianura,e conserva sulla facciata affreschi di Lattanzio Gambara che riproducono storie bibliche nei riquadri tra le finesre, figure in monocromo delle virtù e, nelle finte balaustre, una serie di trofei, di elmi e di busti. Ma la più conosciuta è la villa settecentesca, denominata “il fresco” edificata sul versante nord del colle, con vista sul centro, e collegata alla prima da un corridoio sotterraneo che ne trapassa la vetta: ciò conferisce all’insieme una singolarità d’impianto e un’originalità funzionale di notevole interesse. L’edificio presenta un prospetto caratterizzato da un portico a cinque arcate e dal corpo centrale timpanato. La sua posizione permette di godere di un ameno panorama del centro storico

12.Stabilimento Brionvega

Arch. Marco Zanuso, 1969

Asolo
Viale Enrico Fermi 2/4, Casella d'Asolo

Accessibilità:

Lo stabilimento è sede di una ditta. E’ possibile chiedere alla segreteria.

La merlatura delle piastre dalle diverse altezze, il trasparente mosaico della brillante finestratura, le colonne di cemento armato danno vita ad un paesaggio dall’aspetto quasi miracoloso. Lo stabilimento Brionvega, costruito negli anni sessanta (1963/1967), rappresenta oggi una struttura estremamente originale: qui il progettista si propone di andare alla radice nella ricerca della qualità dello spazio di lavoro. Il pilastro-solaio, elemento di sintesi che guida tutto il progetto, crea un’alternanza di vuoti e pieni in cui viene a generarsi il volume trapezoidale dei serramenti responsabili dell’illuminazione zenitale dello stabilimento. Intorno alla grande scacchiera dello stabilimento ruotano tre corpi edilizi: la centrale servizi, la mensa e la palazzina uffici. L’intera composizione crea uno spiazzamento-spaesamento tra il tema tipologico dello stabilimento e la sua capacità di confondersi in un contesto ambientale, senza rinunciare al lessico del cemento armato e del vetro accoppiati con eleganza.

13.Villa Maser

Arch. Andrea Palladio, XVI secolo

Maser
Strada comunale Bassanese

Accessibilità:

Da Marzo a ottobre martedì, sabato e domenica e festivi dalle 15,00 alle 18,00 Da novembre a febbraio sabato, domenica e festivi dalle 14,30 alle 17,00 Chiuso il 24/XII – 6/I, il giorno di Pasqua e la domenica mattina. Le comitive solo in altri orari o altri giorni, previo appuntamento tel. 0423 923004, fax 0423 923002

Non è certa la data di inizio dei lavori della villa, ma si può dire con certezza che nel 1558 era terminata. Il Palladio nel progettare la villa si avvalse di un fabbricato ivi esistente, che inserì tra i due corpi delle barchesse integrandoli in un’architettura armonicamente compatta. Il progetto originale è stato eseguito molto fedelmente rispetto alle immagini riportate nei “Quattro Libri” del Palladio che così lo descrive: “La sottoposta fabbrica è a Masera, Villa vicina ad Asolo Castello del Trivigiano, di Monsignor Reverendissimo Eletto di Aquileia e del Magnifico Signor Marc’Antonio fratelli de’ Barbari. Quella parte della fabbrica, che esce alquanto in fuori, ha due ordini di stanze; il piano di quelle di sopra è a pari del piano del cortile di dietro, ove è tagliata nel monte rincontro alla casa una fontana con infiniti ornamenti di stucco e di pittura. Fa questa fonte un laghetto, che serve per peschiera: da questo luogo partitasi, l’acqua scorre nella cucina et da poi, irrigati i giardini che sono dalla destra e sinistra parte della strada, la quale pian piano ascendendo conduce alla fabbrica, fa due peschiere con i loro beveratori sopra la strada comune, d’onde partitasi, adacqua il Bruolo, il quale è grandissimo e pieno di frutti eccellentissimi e di diverse selvaticine. La facciata della casa del padrone ha quattro colonne di ordine Ionico: il capitello di quelle de gli angoli fa fronte da due parti; i quai capitelli come si facciano, porrò nel libro de i Tempij. Dall’una e l’altra parte vi sono loggie, le quali nell’estremità hanno due colombare, e sotto quelle vi sono luoghi da fare i vini, e le stalle, e gli altri luoghi per l’uso di Villa”. L’ampiezza dei pilastri che sorreggono le meridiane (in corrispondenza delle “colombare” ) è maggiore rispetto ai rimanenti per ricavarvi delle nicchie rettangolari al cui interno sono collocate delle sculture: quelle di sinistra rappresentano Venere, Bacco, Cerere, Apollo, mentre quelle di destra Mercurio, Diana, Flora e Caronte. Le chiavi degli archi consistono in mascheroni, ma sia questi sia le sculture non sono opera di Alessandro Vittoria. Il “ninfeo” descritto dal Palladio come “fontana con infiniti ornamenti di stucco e di pittura”, si trova nella parte posteriore della villa e venne eseguito in più riprese; le decorazioni plastiche non sono attribuite al Vittoria, ma molto probabilmente appartengono a Marcantonio Barbaro fratello di cartografia / foto storiche foto Daniele Barbaro; le due statue poste dentro la grotta del ninfeo sono di Alessandro Vittoria: una porta un elmo sul capo e veste abiti romani, la seconda porta una coroncina ed una lunga tunica. La rappresentazione sul soffitto del ninfeo rappresentante la Pace e le quattro figure monocrome ai lati della grotta sono opera di Paolo Veronese. Altre opere di Alessandro Vittoria sono gli stucchi che incorniciano gli affeschi di Paolo Veronese sulle pareti interne della villa ed i caminetti che si trovano nelle stanze denominate “stanza di Bacco” e “stanza del tribunale d’Amore”. Sembra che la decisione di affrescare le pareti delle stanze sia stata solo della committenza, in quanto il Palladio non gradiva la deformazione degli spazi interni attraverso giochi di illusione prospettica, che avrebbero deviato l’attenzione rispetto alla sintassi architettonica. Paolo Caliari, detto il “Veronese è maestro nella creazione di illusioni ottiche e scenari tali da far confondere ciò che è reale da ciò che è una finzione prospettica: vengono create finte strutture articolate in colonne, balaustre, cornici, finestre, porte e ballatoi. Gli sfondi dei paesaggi vengono arricchiti di antiche rovine di tipologia romana, le figure rappresentate danno l’impressione di essere in continuo movimento. Villa Barbaro possiede anche un ciclo di affreschi attribuibili a Gerolamo Pellegrini che si trovano sulle pareti di una stanza dell’ala sinistra della villa. Il giardino della villa si sviluppa lungo due assi uno longitudinale ed uno trasversale di cui il primo è dominante. Uscendo dal corpo padronale della villa si scendono alcuni gradini e si raggiunge uno spazio con al centro una fontana di forma circolare, da qui si scendono altri cinque gradini e si raggiunge un’esedra dalla quale si apre un viale in pendenza caratterizzato da due statue posizionate su basamenti poste all’inizio ed alla fine dello stesso, si attraversa la strada comunale, si arriva ad una seconda esedra con al centro la fontana di Nettuno ed ai lati ancora due statue su basamenti. Da quest’esedra si apre il viale dei Tigli che si inserisce armoniosamente nella campagna. Il miglior punto di vista del giardino si trova in corrispondenza dell’ingresso al corpo padronale, in quanto si ha una visione prospettica eccellente ottenuta dal lento degradare lungo il pendio collinare naturale del luogo accentuato dal sapiente inserimento di elementi architettonici progettati dal Palladio.